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Strage dei Georgofili, ergastolo confermato per il boss Tagliavia

Lorenzo Frigerio il . Toscana

Le residue speranze di sottrarsi ad un ergastolo per strage, da scontare al regime del 41 bis dell’ordinamento penitenziario, da qualche giorno sono venute meno per Francesco “Ciccio” Tagliavia. L’ex capo della cosca palermitana di Corso dei Mille, infatti, è destinato a rimanere in carcere a vita, dopo che la Corte d’Assise d’Appello di Firenze lo ha riconosciuto colpevole e condannato all’ergastolo per la strage di via dei Georgofili. Certo manca ancora il timbro della Cassazione, ma sembra quello di Tagliavia un destino ormai segnato.

Era il 27 maggio 1993 quando, nel bel mezzo di una delle fasi più convulse della trattativa tra Stato e mafia, un commando di killer mafiosi fece esplodere nel cuore di Firenze un furgone carico di esplosivo. Oltre a danni inestimabili provocati al patrimonio culturale della città, dall’Accademia dei Georgofili alla Galleria degli Uffizi, oltre ai quaranta cittadini feriti, persero la vita Fabrizio Nencioni, vigile urbano, la moglie Angela Fiume, custode dell’Accademia e le loro figlie Nadia di nove anni e Caterina, nata da appena cinquanta giorni. Ad allungare il tragico bilancio dell’attentato, oltre a tutta la famiglia Nencioni, fu il giovane studente Dario Capolicchio, anche lui rimasto vittima della micidiale bomba collocata dai mafiosi.

Arrestato a Palermo per omicidio, proprio pochi giorni prima dell’inizio delle stragi del 1993, Ciccio Tagliavia finì sotto accusa per le stesse, grazie alle prime rivelazioni di Pietro Romeo, uno dei suoi fedelissimi, poi confermate da Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia dal 2008, dopo essere stato killer prima e boss poi di Brancaccio. Brancaccio era il mandamento retto dai fratelli Graviano, a cui faceva riferimento proprio la cosca di Corso dei Mille. Le accuse di Spatuzza furono ritenute fondate, in quanto provenienti da un soggetto ritenuto dai magistrati assolutamente decisivo per l’apporto di conoscenze relative alle stragi di Capaci e via D’Amelio e per quelle del 1993. Per questo, nonostante si trovasse già recluso all’epoca dei fatti, il boss palermitano fu ritenuto pienamente responsabile, per avere partecipato alla deliberazione delle stragi insieme agli altri boss di Cosa Nostra, durante una riunione precedente al suo arresto e aver messo a disposizione dell’organizzazione i suoi migliori uomini.

Tagliavia fu condannato all’ergastolo, tanto in primo che in secondo grado, oltre che per la carneficina di Firenze, anche per quelle di Milano e Roma (tre stragi tra il 27 e il 28 luglio 1993, i cui obiettivi erano rispettivamente il Padiglione d’Arte Contemporanea e le chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro) e per il fallito attentato ai danni dei carabinieri nei pressi dello stadio Olimpico di Roma (gennaio 1994). Gravi fatti per i quali fu condannato anche l’intero gotha della mafia siciliana, ritenuto responsabile dell’intera stagione stragista voluta da Cosa Nostra per riscrivere i suoi rapporti con la politica.

Nel settembre 2014, il colpo di scena e l’aprirsi di un nuovo scenario, prospettato innanzitutto dalla difesa del boss palermitano che lamentava l’infondatezza delle accuse mosse nei riguardi di Tagliavia. Accogliendo la tesi del vuoto probatorio, la sesta sezione penale della Corte di Cassazione valutò negativamente la chiamata in causa di Tagliavia operata da Spatuzza, ritenuto scarsamente attendibile, in ragione di vecchi risentimenti personali, covati proprio contro la famiglia Tagliavia. La stessa presenza del boss alla riunione tenutasi nel villino di Santa Flavia, dove fu decisa l’escalation stragista, finì per essere smentita da un altro collaboratore di giustizia, Vincenzo Sinacori.

Da qui l’assoluzione in via definitiva per tutte le stragi, ad eccezione di quella dei Georgofili, per la quale fu ordinata una nuova fase processuale in appello, perché le accuse di strage, devastazione, porto di esplosivo e altro fossero nuovamente esaminate e suffragate da validi elementi.

Nell’annullamento con rinvio, la Cassazione chiedeva alla corte una valutazione ulteriore dell’attendibilità delle accuse dei collaboratori di giustizia Spatuzza e Romeo nei confronti di Tagliavia circa la presenza di quest’ultimo al summit di Santa Flavia e la sua partecipazione nella fase preparatoria della strage, con l’individuazione di una base alle porte di Firenze.

Vista la nuova condanna in appello per Tagliavia, pronunciata per la seconda volta da una corte fiorentina, è da ritenersi che le accuse siano state ritenute fondate e questo sembra mettere la parola fine a questa vicenda, anche se è inevitabile un nuovo ricorso in Cassazione, nonostante questa volta la strada si annunci più in salita che mai.

Lapidario il commento, a margine della decisione della Corte d’Assise d’Appello, di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili: «Tagliavia Francesco è stato congeniale a chi in Italia aveva in quel 27 Maggio 1993 l’esigenza di mettere in atto un massacro terroristico eversivo dimostrativo. Ovvero congeniale alla “mafia cosa nostra” e a quanti erano pronti ad andare in politica ed erano collusi alla organizzazione criminale e alla “famiglia” di Tagliavia Francesco».

Una strage, quella dei Georgofili, che nasconde altro allora?

Sembra il parere anche di Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione che, parlando proprio a Firenze, in un dibattito con gli studenti di un liceo, ha dichiarato: «Riina non era in grado di costruire una strategia così raffinata e particolare come quella della strage dei Georgofili del ’93 a Firenze. Mi è sempre sembrato strano che un uomo furbissimo ma anche ignorantissimo potesse scegliere un obiettivo simbolico come i Georgofili. E non credo a chi cerca a tutti i costi di tirare in ballo complotti dei servizi segreti. A volte invece di guardare vicino, in casa nostra, si potrebbe guardare più lontano».

Una regia straniera, quella che è prefigurata da Cantone, anche per la strage di via D’Amelio, la madre di tutti i misteri d’Italia più recenti. Cantone ha parlato dell’uccisione di Borsellino come di una sorta di “omicidio/suicidio” da parte di Cosa Nostra.

Vedremo se questa nuova lettura potrà dare corso a sviluppi ulteriori.

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