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Secondo Rapporto Agromafie e Caporalato in Italia

di Cristiana Mastronicola il . Senza categoria

Si è svolta oggi, presso la sede Cgil di Roma, la conferenza stampa per la presentazione del Secondo Rapporto Agromafie e Caporalato. All’incontro sono interventi Stefania Crogi, Segretario Generale Flai Cgil, Enrico Pugliese, docente di Sociologia del lavoro, Singh Baljit, lavoratore indiano della provincia di Latina, un rappresentante della Cgil di Latina e Roberto Iovino, Flai Cgil. Il Secondo Rapporto Agromafie e Caporalato, redatto dall’Osservatorio Placido Rizzotto, rappresenta un riflesso particolareggiato dei diversi fenomeni di sfruttamento lavorativo nel settore agricolo e uno studio generale sull’infiltrazione mafiosa in tutti i campi dell’agroalimentare.

Il rapporto si compone di quattro parti. La prima consta di un approfondimento rigoroso sulle condizioni del settore, sui fenomeni di illegalità ad esso connessi, sulle inchieste condotte dalla Magistratura e sul tentativo della criminalità organizzata di controllare l’economia dell’agroalimentare. L’intervento di Stefania Crogi riassume bene l’approfondimento che segue sulla Terra dei fuochi e la necessità di puntare su qualità e legalità “come leva per la valorizzazione del Made in Italy agroalimentare, volano dell’economia in crisi”. La seconda parte si concentra sullo sfruttamento lavorativo in campo agricolo attraverso il caporalato, sulla gestione del mercato e la tutela dei lavoratori. Interessanti i tre casi studio presentati, che raccontano le esperienze di lavoratori sfruttati in Piemonte, Lazio e Puglia.

La terza parte è relativa alle mappe dello sfruttamento lavorativo e del caporalato nel settore agrario. Il rapporto in questione vede arricchite le mappe rispetto al primo, infatti, il censimento di Flai Cgil copre oggi l’intero territorio, con 18 Regioni e 99 Province (rispetto alle 14 Regioni e le 65 Province del primo censimento). Tali mappe smentiscono il luogo comune di uno sfruttamento agricolo concentrato nel Sud, dimostrando come il fenomeno sia riscontrabile in tutto il territorio nazionale. La quarta ed ultima parte è costituita da iniziative e proposte maturate in seno ai sindacati per combattere lo sfruttamento e il caporalato nel settore agroalimentare. Esse sono state pensate in modo particolare per combattere l’illegalità e promuovere la trasparenza. Tra le proposte spicca quela interessante di costituire una rete di domanda e offerta di lavoro cui i lavoratori possono far riferimento, evitando quindi l’alimentarsi del lavoro nero e del caporalato.

Secondo i dati, illegalità e infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare peserebbero allo Stato – nelle stime dell’ultima relazione della Direzione Nazionale Antimafia – ben 12,5 miliardi di euro, cifra che deve tener conto della dimensione internazionale assunta dalle mafie negli ultimi decenni, pesando quindi anche sull’economia comunitaria. In questa nuova dimensione internazionale delle mafie, un peso importante è dato dalla contraffazione dei prodotti agroalimentari e dalla gestione illegale della tratta degli esseri umani. Sequestri e confische per mafia relative a terreni, aziende e attività connesse al settore, secondo i dati forniti dall’ANBSC, mostrano un patrimonio scioccante: 2245 terreni destinati all’agricoltura, 362 terreni con fabbricati rurali e 269 terreni edificabili. I dati sulla contraffazione alimentare sono altrettanto sconcertanti, mostrando come l’aumento corrisponda al 128% in Italia, con danni per 60 miliardi di euro.

Sulle condizioni dei lavoratori impiegati nel settore agroalimentare, i dati sono scoraggianti: secondo Flai Cgil 400.000 lavoratori trovano lavoro tramite i caporali, di questi 100.000 subiscono situazioni di grave assoggettamento con condizioni abitative e ambientali “paraschiavistiche”. Il dato positivo è che, con l’introduzione nel codice penale del reato di caporalato, 355 caporali sono stati arrestati o denunciati, 281 solo nel 2013. Le condizioni di lavoro in molti degli epicentri del caporalato sono di grave sfruttamento, addirittura il 60% di lavoratori non ha accesso ai servizi igienici e all’acqua corrente, il 70% è affetto da malattie di cui non soffriva prima dell’inizio del ciclo di lavoro. Il caporalato costa allo Stato italiano ben 60 milioni di euro l’anno. Il salario giornaliero dei lavoratori è inferiore di circa il 50% rispetto ai contratti nazionali, per non parlare delle “tasse” che i lavoratori sono costretti a corrispondere ai caporali per trasporto, acqua e cibo, oltre a medicinali e altri beni di prima necessità. Un’interessante sezione del rapporto è dedicata, infine, alle singole esperienze di quei lavoratori che hanno deciso di denunciare i loro sfruttatori, grazie anche al supporto del sindacato.

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