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Le idi di marzo, 20 anni fa: Don Diana,Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

di Santo Della Volpe il . Senza categoria

di Santo Della Volpe/// – Il sole calante dopo la pioggia non riscalda. A Casal di Principe, quella sera del 19 marzo 1994, il freddo penetrava nelle ossa. Si chiama temperatura percepita; significa che possono esserci pure 18 gradi ma tu senti più freddo dentro: e quella sera, quel tramonto gelava il sangue,anche quello sul pavimento della Chiesa San Nicola di Bari, dove in quel giorno di San Giuseppe,all’alba del suo onomastico, Don Peppe Diana fu ucciso  dai camorristi con 5 colpi di pistola al volto. Per terra,  a Casal di Principe ,c’erano pozzanghere come ce ne sono solo nella “terra dei mazzoni”; restano lì sino all’evaporazione, a coprire le buche dell’asfalto, a penetrare nei blocchi di tufo delle case, tutte basse,ampio portone ad arco, ferro battuto pesante  sulla strada,cortile interno (‘o luog ) con le stanze basse a chiudere l’area di convivenza e di parcheggio. Quel giorno, la casa di Don Peppe Diana era con il portone socchiuso,  poca gente che entrava ed usciva,in silenzio, testa bassa.  Nessuna telecamera, per piacere, sussurrò a quel mio lontano parente (ho zii e cugini a Casal di Principe, mia nonna era di Casapesenna) una persona che usciva da quella casa dove la madre straziata dal dolore  aveva come conforto solo le lacrime dei parenti e dei ragazzi che Don Diana aveva cresciuto.  Non avrei ripreso quel dolore, neanche se me l’avessero permesso in nome di conterraneità neanche tanto lontane. Il silenzio era calato su Casal di Principe, tra orrore e paura. Vent’anni fa  la camorra lì parlava  da dentro i bar, le finestre socchiuse, le auto parcheggiate e le sigarette accese agli angoli delle strade; attraversava spavaldamente il corso e le piazze,i boss nei bunker o lontani, i “guaglioni” ovunque a comandare e selezionare tra chi stava di qua o chi stava di là, con i vecchi a benedire chi sparava orribilemnte ai cani randaggi per esercitarsi,nella campagna sotto “l’acquazza” mattutina.

Lì, a Casal di Principe, non si arrivava con le telecamere, tantomeno con la macchina RAI; ma quel giorno era successo  l’incredibile, avevano ammazzato un prete, il fosso l’avevano saltato quei scagnozzi che non potevano vedere un prete  sottrarre il territorio ai loro traffici, tantomeno alla loro “educazione camorrista”. Ma noi eravamo del TG3, quelli amici del sindaco e dell’altro Diana, l’onorevole comunista di Casal di Principe, quello che sfidava i capi. Nemici che arrivano da Roma come i politici, una ripresa ed un discorso e  poi via. A comandare volevano restare loro e ci riuscivano, nonostante il vento stesse cambiando e loro con le pistole ed i mitra mettevano il silenziatore anche alla primavera.  Ma noi  eravamo già andati da Don Peppino  dopo quella lettera del 1991 che aveva suscitato curiosità e consenso:e loro lo sapevano  che questi giornalisti ficcanaso l’avevano già fatto conoscere  quel prete giovane ,pure segretario del vescovo di Aversa che aveva scritto un inno contro la camorra, chiamato “Per amore del mio popolo”. Loro non volevano i giornalisti, ma il giorno dell’assassinio, del loro gesto criminale, si resero conto che dovevano stare muti e sileniosi, tranne poi riprendere a cantare dopo il funerale di Don Peppino.  L’avevano ucciso per quell’inno alla libertà dalla camorra e per quel che dopo aveva fatto Don Diana per e con i giovani di Casal di Principe,per sottrargli il territorio,partendo da quelle parole “Per amore del mio popolo”: “La camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana” scriveva Don Peppino con i parroci della forania di Casal di Principe:  “I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”. E poi ancora l’accusa diretta,ci sono precise responsabilità politiche: “E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”. Potrebbe esser state scritte ieri, o due anni fa queste parole. No, sono del  Natale 1991. E bisogna ricordare chi ‘era  in quegli anni.  C’era Gava, c’era stata la peggiore ricostruzione dopo il terremoto a Napoli e provincia con l’accordo tra politica e camorra per gli appalti , sanciti dal rapimento Cirillo. Tangentopoli doveva ancora arrivare (ma sarebbe arrivata dopo 2 mesi e mezzo…), c’erano al potere Craxi, Forlani e Andreotti. Falcone e Borsellino erano vivi ma lontani da Palermo dopo corvi e CSM dilanianti.

Casal di Principe era Gomorra ma nessuno l’aveva ancora chiamata così, perché Bidognetti, Iovine e Schiavone-Sandokan comandavano omicidi e scaricavano rifiuti tossici, fiumi di denaro e droga rovinavano  quelle terre e quei giovani. Ma c’era anche Don Peppino Diana che alzava la voce contro la camorra,  c’era il sindaco del Pci, Renato Natale che  nel 1993 avrebbe guidato  una giunta di sinistra… a Casal di Principe..! Breve esperienza ma di grande rinnovamento: la sua maggioranza si è sgretolata pochi mesi dopo a causa del cambio di casacca di alcuni consiglieri. C’erano gli scout  dell’Agesci in quella parrocchia,una generazione che parlava di politica oltre ad andare in gita con la divisa azzurra. Stava cambiando l’aria e questo lo capirono, prima di tutti, Don Peppino ed i camorristi: Don Peppino,prete  normale prete, parlava alla radio di Casal di Principe, di camorra e pentiti, parlava i giovani tra musica e politica, e parlava a chi non sapeva nulla di politica, ma aveva il fiato sul collo di quegli intrecci familiari e di affari che portavano la droga i piazza ed i soldi nei bunker. Dava fastidio: e noi lo volemmo sentire, intervistare. Allora non li chiamavano preti anticamorra; erano “impegnati” nel sociale, nella strada. Pochi giorni prima, a Napoli, nel quartiere di Forcella, un ragazzo  in piazza mi guardò fisso, e dopo aver parlato di “quei criminali,quei fetenti che uccidevano le speranze dei giovani con la droga e le pistole”, si fermò e disse,”addà passà a nuttata…” citando Eduardo. Stava passando a Casal di Principe, piano piano e Don Peppe sentiva quel vento di primavera. Vollero interromperlo con 5 colpi di pistola. Infatti quel 19 marzo di 20 anni fa, non c’era aria nella sera di Casal di Principe, mentre il Consiglio Comunale si riuniva ed il sindaco con le lacrime agli occhi parlava di speranze ferite e voglia di riscatto. Mentre i portoni si richiudevano,ferro contro ferro, ma in silenzio. Una paura scendeva nelle piazze e nelle vie, desertificate. Ci vollero anni prima che quelle piazze si riempissero di nuovo,in nome di Don Peppino Diana. Ci vollero quei giovani che ritirarono fuori la speranza, ci vollero magistrati e forze di polizia e Carabinieri per concludere le indagini ed arrestare esecutori e mandanti dell’assassinio di Don Peppino, ci volle la testimonianza di quel paesano,amico di Don Peppino che aveva visto in faccia l’assassino entrare in chiesa  quel mattino di 20 anni fa e lo riconobbe anche in tribunale. Ci vollero trasmissioni radio e fumetti, libri e cultura, giovani e Libera, i mondi  e i “monti” che si rivoltavano, che dalle viscere della terra avrebbero rivoltato Gomorra.

Quella sera ed i giorni dopo no: a dolore si aggiunse dolore. Le idi di marzo non erano finite, idi al contrario,invece di Cesare uccisero la speranza ed i giovani. Il giorno dopo l’assassinio di Don Diana,una telefonata terribile mi raggiunse mentre a Napoli  raccoglievamo le forze e le immagini per portare l’orrore di quell’assassinio camorristico in televisione. Altro orrore, con quella telefonata del direttore in lacrime che mi  avvisò dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin a Mogadiscio. Una sofferenza travolse tutto; il mondo fuori ed il mondo dentro si sovrapposero per giorni interi, orrori e misteri, il viso di Ilaria e quello di Don Diana, le mamme… di Don Peppino e di Ilaria…volti segnati da segni che non sarebbero più scomparsi, quelle due ,tre bare che uscivano da chiese o da studi televisivi, luoghi diversi con lo stesso intenso ed insopportabile profumo di fiori,ahimè ipocriti segni di partecipazione tardiva a bellezze sfumate,impossibili di ricomporre. Per sempre. Poi fu la storia: da un lato i misteri mai sciolti deli rifiuti tossici spediti in Somalia da mercanti di morte italiani, complici i soliti servizi segreti e le guerre, sporche, dei trafficanti di armi. Dall’altro sempre di rifiuti si parla, sotterrati in quelle che poi furono chiamate  “Terre dei Fuochi” dal giornalista Peppe Ruggiero ed altri colleghi successivamente. Le terre della camorra che si intrecciano, in nome dei rifiuti-business, con i soldi dei trafficanti senza scrupoli. Che destino ha intrecciato Don Diana e Ilaria Alpi, entrambi simboli di una vita di passioni e di impegno. Lei giovane giornalista con la voglia di arrivare vicino alla verità , lui giovane prete di Casal di Principe che aveva sentito l’aria di una primavera  incipiente, morta nelle pozzanghere casalesi,ma poi rinata,pian piano con i semi che lui aveva gettato in terra. Tante scuole hanno dedicato ad entrambi, tante vite li hanno pensati entrambi come simboli, scegliendo la parte giusta dove stare e dove indagare ,magari con buon giornalismo …. Ma a Don Peppeino la camorra, come sempre, voleva anche lo sfregio dopo la morte. Il pessimo giornalismo e le malelingue camorriste vollero  sviare e colpire la sua memoria anche da morto, calunnie parlando di “una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan”.Il difensore del principale imputato, il boss Nunzio De Falco, l’avvocato e deputato ex-PdL Gaetano Pecorella ha anche affermato pubblicamente che “ nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c’erano precedenti per ricostruire i fatti”, mettendo in dubbio l’esecuzione da parte dei camorristi che,vergognandosi d’aver ucciso un “martire”, un prete, hanno tentato di scovare addirittura cose illecite in sagrestia… Immondizia, fatta circolare ad arte con falsità. Come scrisse Roberto Saviano nel 2009, “e vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun’altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l’uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone”.Ed ancora rivolgendosi a don Peppino Diana, Saviano concludeva quel suo articolo con parole che solo chi è di quella terra capisce sino in fondo,sin dalla profondità delle ossa e del sangue:”Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un’ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso….Don Peppe, se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace”.

Così come non ci daremo pace, vent’anni dopo, sino a quando non avremo fatta luce sulle morti di Ilaria e Miran, sino a quando quei misteri non saranno sciolti , per capire quanta dignità, quanta semplicità, quanto senso del lavoro e della conoscenza c’è in chi fa bene il proprio lavoro. Pastore delle anime e dei corpi, delle vite e della informazione. Qui in terra. Che a vedere la fine delle guerre ci penseremo dopo.

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