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“Il terremoto siamo noi”

di redazione il . Abruzzo

Continuare a raccontare L’Aquila e il post-terremoto. La ricostruzione sociale e culturale, lo sviluppo economico inteso nel rispetto del territorio e della storia della comunità, l’inclusione sociale e i percorsi di partecipazione dal basso, alcuni dei temi trattati durante l’incontro “Il terremoto siamo noi. Incontro su Danilo Dolci”. Rilanciamo l’articolo di Lisa D’Ignazio, pubblicato sul portale NewsTown – in merito all’iniziativa organizzata da Libera Abruzzo con l’Associazione Culturale Territori – Centro per lo Sviluppo Creativo “DANILO DOLCI” in collaborazione con: Associazione BIBLIOBUS – Circolo QUERENCIA e ARCI Servizio Civile L’Aquila – Associazione Culturale ARTI E SPETTACOLO – MUSPAC (Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea).

Nel luglio scorso a Paganica oltre 3o ragazzi provenienti da tutta Italia hanno vissuto una esperienza di analisi, racconto e conoscenza della situazione in cui versa L’Aquila a 4 anni dal terremoto. Il lavoro di monitoraggio e analisi di Libera e delle tante realtà, dai comitati alle associazioni agli enti locali impegnati sul territorio, non si ferma. Tante esperienze a confronto per un solo obiettivo: trasformare l’utopia in progetto, praticando la partecipazione attiva dal basso e la corresponsabilità. Perchè come scriveva Danilo Dolci: “Un cambiamento non avviene senza forze nuove. Ma queste non nascono e non crescono se la gente non si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni.

A seguire l’articolo di Lisa D’Ignazio per NewsTown

 

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“Questa mattina ho visto San Gregorio, Onna, Paganica: immagini a me molto familiari, perché simili a quelle del terremoto del Belice del ‘68. La cosa che mi colpiva e mi ha reso muto era questo silenzio, questa consapevolezza della gente che sarebbe stato così, per non si sa quanto tempo”. E’ Amico Dolci a raccontare a una sala piena di persone il suo viaggio nella città del terremoto del 6 aprile. Figlio del sociologo, poeta, educatore e attivista non violento Danilo Dolci, Amico, insieme alla sorella di Danilo, Miriam Dolci, ha portato a L’Aquila l’esperienza del padre, durante l’incontro “Il terremoto siamo noi”, tenutosi sabato sera a Piazza D’Arti. Ad accoglierli l’organizzatrice Barbara Vaccarelli, la geografa Lina Calandra e il referente di Libera L’Aquila Angelo Venti.

La rassegnazione che Amico Dolci ha letto nei volti e nelle parole delle persone dei paesi dell’aquilano è la stessa provata delle persone che conobbe suo padre Danilo quando, quasi trentenne, entrò in contatto con i paesi di Trappeto e Partinico nella Sicilia Occidentale. “Negli anni ‘50 -‘60 la gente non conosceva i problemi e pensava che tutto sarebbe stato come era sempre stato – racconta Amico Dolci – L’acqua era un miraggio, ma nel giro di 10-15 anni l’esperienza del cambiamento possibile ha modificato non solo la faccia della terra, il verde che cominciava a colorare i campi (grazie alla costruzione della diga di Jato, ndr), ma anche la mentalità della popolazione. L’acqua era gestita da un consorzio di 850 contadini che la potevano avere quasi gratis per tutto l’anno”. Il cambiamento era dunque possibile partendo, prima di tutto, dalla testa delle persone. E fu così che un uomo dell’ “Italia estrema” (Dolci era nato a Sesana in Slovenia, ai confini con l’Italia), diventò in poco tempo la speranza di paesi di “poveri cristi”, in cui dominavano fame, ignoranza e miseria.

Nel libro “Banditi a Partinico” scrive Danilo Dolci che in paese “c’erano tre caserme e una scuola”, non c’erano dunque le condizioni per vivere diversamente che da “banditi”, cioè emarginati.  Seguendo gli spostamenti del padre ferroviere, Danilo Dolci approdò nel 1952 a Trappeto, entrando in contatto per la prima volta nella sua vita con la fame e la morte. Non sua. Avrebbe potuto girarsi dall’altra parte e non guardare, dunque. E invece no. Ad aprile, dopo soli due mesi dal suo arrivo, un bambino morì di denutrizione proprio sotto i suoi occhi. Non era certo la prima volta che succedeva. Ma Danilo decise che non potevano più esserci morti innocenti.  Ad ottobre dello stesso anno iniziò il primo di tanti digiuni che Dolci porterà avanti per protestare contro le condizioni disumane in cui viveva la gente del posto. Una protesta di coscienza che lo farà diventare il “Gandhi italiano”.

“Il rivoluzionario non violento” non si fermò al digiuno. Il 2 febbraio1956 ebbe luogo, a Partinico, lo sciopero alla rovescia. Alla base c’era l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare lavorando. Così centinaia di disoccupati si organizzarono per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata; ma il lavori vennero fermati dalla polizia e Dolci insieme ad altri fu arrestato.   Dolci venne condannato ma restò in carcere solo per un mese e mezzo. La permanenza in carcere, racconta Amico, era ricordata dal padre come “l’unico periodo in cui lo Stato gli aveva dato da mangiare”.

Anche all’Aquila nell’immediato Dopoguerra ci fu lo sciopero alla rovescia del Vicolaccio (via Sallustio). Lo sventramento di quella parte di città, fatto dal regime fascista, aveva lasciato detriti e macerie ovunque.   In un contesto di disoccupazione di massa, la Camera del Lavoro dell’Aquila organizzò uno sciopero a rovescio iniziando i lavori di sgombero da Piazza Fontesecco. Era il 21 marzo del 1950 quando un centinaio di persone intrapresero una loro protesta lavorando. Anche all’Aquila alcuni di loro furono arrestati e condannati a quattro mesi e dieci giorni in un processo che si tenne due anni dopo. Lo stesso movimento delle carriole del dopo terremoto aquilano, è stato paragonato ad una forma di protesta simile allo sciopero alla rovescia. Dolci torna ancora nella storia aquilana e questa volta con il triste parallelismo segnato dal terremoto del 15 gennaio del 1968 del Belice e da quello aquilano del sei aprile. La vicinanza tra terremotati è diventata, nell’incontro di sabato, solidarietà umana, grazie al dono che Miriam Dolci ha voluto fare al pubblico aquilano, lei che nel capoluogo abruzzese ha vissuto per sette anni.

Con la voce di Tiziana Irti, Miriam ha raccontato la propria vita tra sofferenza incommensurabili, come la perdita di una figlia e del proprio marito, e la speranza di rialzarsi sempre “preoccupandosi del mal di pancia del vicino di casa, piuttosto che del proprio”. Con il sisma i territori del Belice tornavano alla loro atavica miseria. Così Dolci si inventò un altro strumento di risveglio collettivo, una radio clandestina, Radio Libera Partinico, che oltre a Danilo dava voce a chi non l’aveva mai avuta, pescatori e contadini. Non era un missionario né un rivoluzionario armato, Danilo Dolci, ma un uomo più uomo degli altri. O meglio un rivoluzionario non violento. Un uomo che avrebbe insegnato all’Aquila ed ad ognuno che “il problema di uno è il problema di tutti”. “Cosa avrebbe detto Danilo Dolci guardando l’Aquila?” chiediamo al figlio del “rivoluzionario non violento”.

“Avrebbe detto che bisogna rimboccarsi le maniche, – risponde senza esitazione Amico – cercare di capire quali sono in questo luogo le vostre esperienze e la vostra cultura, non solo i problemi ma anche le possibili soluzioni. Se per noi è stata importante l’acqua, agli svizzeri cosa gliene importa dell’acqua. È proprio dalla cultura della gente, anche se non ha ancora avuto la possibilità di esprimerla, che esce quello di cui si ha bisogno. Questo deve venire fuori. Purtroppo negli ultimi anni da quello che ho letto e visto, in questa zona c’è stata tutto un lavoro opposto per convincere la gente che si doveva andare in un’altra direzione. L’individualità e la coscienza di gruppo sono state sopite e impedite”.

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