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La ‘ndrangheta uccise il fratello, oggi lavora per una Calabria libera dai boss

Di Gaetano Liardo il . Liguria

Genova, teatro Carlo Felice. E’ venerdì, arrivano i familiari delle vittime innocenti delle mafie per partecipare alla Giornata della memoria e dell’impegno, organizzata ogni anno da 17 anni dall’associazione antimafia Libera. Tra loro c’è Matteo Luzza. Un ragazzo come tanti altri, testimone della violenza della ‘ndrangheta calabrese nel vibonese. Il 15 gennaio del 1994 uccisero il fratello Giuseppe, poco più che ventenne. Un normalissimo adolescente che frequentava una normalissima ragazza. Ma la normalità, purtroppo, in Calabria è un lusso che non è concesso a molti. 
La sorella della ragazza era, infatti, la moglie del boss Antonio Gallace, oggi all’ergastolo con sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Gallace considerava “roba” sua la vita della cognata. Spettava a lui, in quanto uomo d’”onore”, decidere con chi la giovane avrebbe dovuto sposarsi. Sicuramente non con Giuseppe, un estraneo degli ambienti ‘ndranghetistici. «Per uccidere Giuseppe – racconta Matteo – arrivarono dei killer dalla piana». 
E’ teso Matteo quando ricorda gli eventi che hanno segnato profondamente la sua vita e quella della sua famiglia. Gente onesta, laboriosa, come la stragrande maggioranza dei calabresi. «Presero mio fratello e lo stordirono. Scavarono una buca, presero dei tappetini di gomma, quelli delle auto. Con un tubicino estrassero della benzina da una tanica e gliela gettarono addosso». Fecero fuoco e, a turno, iniziarono a sparare a Giuseppe. Una violenza atroce, spropositata. Gratuita. Giuseppe non era un criminale, era soltanto innamorato. Il corpo lo trovarono il 21 marzo, la stessa data scelta da Libera per ricordare quanti, come Giuseppe Luzza, sono stati travolti dalla violenza delle mafie. 
L’incontro con l’associazione antimafia è stato casuale, ma ha coinvolto fortemente Matteo. «Era il 1999, 2000, adesso non ricordo. Ascoltai un’intervista a don Ciotti trasmessa dal Tg3. Ho chiamato la sede di Libera e mi sono fatto coinvolgere». Oggi Matteo collabora con il coordinamento di Libera di Vibo. Un impegno importante e significativo. «A Vibo c’è molto fermento. Abbiamo trovato tre nomi di vittime “dimenticate”. Quest’anno – aggiunge – festeggeremo il 21 marzo a Serre San Bruno». Quando fu ucciso il boss del paese, Vallelunga, in un  agguato a Riace, la strada principale di Serre San Bruno fu coperta da quattromila mazzi di fiori. «Qui Libera festeggerà il 21 marzo. Saremo noi a portare i fiori al cimitero, non al boss, ma alle vittime innocenti della ‘ndrangheta».  

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