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Beni confiscati, il sapore del riscatto

Di Ilaria Raucci il . Basilicata

Una mozzarella che sa di legalità 
e riscatto sociale, hanno potuto assaggiarla le migliaia di persone
presenti in piazza in occasione della sedicesima Giornata della Memoria
e dell’Impegno in ricordo di tutte le vittime innocenti di mafie.
A offrirla i giovani soci della cooperativa Le Terre Di Don Peppe Diana,
che in questo modo hanno scelto di ricordare il prete campano ucciso
dalla Camorra il 19 marzo di 17 anni fa. La mozzarella andrà ad aggiungersi
al lungo elenco di delizie a marchio Libera Terra che stanno pian piano
occupando gli scaffali di supermercati e botteghe, per raccontare che
un’alternativa alle mafie è possibile e, soprattutto, conviene.  

Ne hanno parlato al convegno
“beni confiscati: riprendiamoci il maltolto” i protagonisti di queste
importanti esperienze sul nostro territorio, chiarendo quanto è stato
fatto ma, soprattutto, quanto ancora resta da fare. È Gianluca Faraone,
presidente del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, a spiegare le difficoltà
affrontate quotidianamente dalle giovani cooperative che ricevono in
gestione ettari ed ettari di terre confiscate: in fase di sequestro
i terreni agricoli vengono abbandonati e la produttività terribilmente
compromessa, sequestro e confisca spesso non sono sufficienti, il bene
rimane di fatto nelle mani della criminalità che abusivamente resta
ad occuparlo.  

Ipoteche, lentezze amministrative,
mancanza d’investimenti da parte del settore pubblico, sono ancora
tanti i nodi da sciogliere, il più grande e intricato riguarda le aziende
confiscate: le difficoltà amministrative e soprattutto economico-finanziarie
che seguono l’intervento dell’autorità giudiziaria, hanno portato
spesso al fallimento e alla perdita di decine di posti di lavoro. In
zone ad alto tasso di disoccupazione la criminalità organizzata riesce
quindi a qualificarsi agli occhi del cittadino come soggetto che garantisce
ancora occupazione e sviluppo territoriale, a fronte di uno Stato incapace
di gestire la delicata situazione.

La nuova sfida per il settore
beni confiscati è allora “contaminare di legalità le filiere produttive”,
inserendo le realtà aziendali sottratte alla criminalità organizzata
all’interno di nuovi processi di produzione e consumo, che garantiscono
l’accesso al mercato. La Calcestruzzi Ericina è solo un esempio,
a cui deve fare seguito un intervento a tutti i livelli: la magistratura
coadiuvata dall’Agenzia Nazionale deve sveltire le pratiche di assegnazione,
le forze politiche devono promuovere l’assegnazione trasparente degli
appalti, favorendo eventualmente le realtà riscattate attraverso il
riuso sociale. Ma la sfida chiama in causa tutti, nessuno escluso: anche
il singolo cittadino, attraverso il consumo consapevole, può farsene
portavoce e concreto sostenitore.  

La possibilità di affrontare
questa e tante altre importanti prove deriva dagli esempi positivi già
presenti sul nostro territorio: in Campania, il Consorzio S.O.L.E ha
creato una sinergia tra comuni e associazioni che sta portando alla
riqualificazione di uno dei più grandi beni confiscati alla Camorra,
“Villa Ammaturo”, a San Giugliano, 30 mila metri quadri restituiti
alla collettività in un progetto che vedrà sorgere, tra le altre cose,
un centro sportivo Polivalente, residenze per ragazzi con disabilità,
un polo universitario.

Il riuso sociale dei beni confiscati
è la più alta sintesi della lotta alle mafie nel nostro
paese, un percorso virtuoso che vede impegnate le istituzioni comunali
al fianco della magistratura e delle prefetture, le imprese collaborare
con la società civile in una più ampia e globale dimensione di
sensibilizzazione culturale. 

Ma la formula vincente resta
una sola, le reti: Libera, le associazioni, gli enti locali, ognuno
fa la sua parte a sostegno dei tanti progetti che consentono alla società 
di riprendersi il maltolto. Un ruolo chiave è quello svolto dall’Agenzia
cooperare con Libera Terra che da anni affianca e sostiene le cooperative
di Libera Terra in tutte le loro fasi, cresce il numero delle associazioni
di categoria, come la Camera di Commercio, Confindustria, Confapi, che
vogliono operare concretamente nel settore ed è un moltiplicarsi di
proposte e impegni presi anche a Potenza: la regione Basilicata vedrà
rinascere il suo bene confiscato a Matera, in un’area dichiarata Patrimonio
dell’UNESCO. A conferma di quanto dice Don Luigi Ciotti: è il Noi
che vince. 

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