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Mafie, zone grigie e corruzione

Di Federico Alagna il . Basilicata

Applausi. Per oltre sette volte, nelle due ore di dibattito, il pubblico dell’auditorium di Santa Cecilia si alza in piedi per tributare applausi a scena aperta ad Antonio Ingroia e Gian Carlo Caselli e ai loro interventi a tutto campo su corruzione, mafia dei colletti bianchi, giustizia e Costituzione. Un pubblico numeroso, fatto soprattutto di ragazzi, che gremisce ogni singolo centimetro quadrato disponibile all’interno della sala. A proposito, qualche piccolo problema organizzativo all’entrata: troppe le persone che volevano assistere all’evento rispetto ai posti disponibili. Ma alla fine riescono a entrare e a godersi anche loro il workshop.
Esordisce Lorenzo Frigerio, Liberainformazione, che modera l’incontro. E lo fa sottolineando il forte legame esistente tra mafie e corruzione, ricordando la relazione del Procuratore Generale della Corte dei Conti Ristuccia e leggendo Giorgio Ambrosoli, “eroe borghese” che, tragicamente, la potenza devastante della mafia dei colletti bianchi la visse sulla propria pelle. Una mafia che spesso non viene giudicata tale, anche per colpa della «rappresentazione fuorviante e deleteria» che ne fa certa informazione. Inizia così il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Che spiega: «All’interno della classe dirigente, ci sono idee diverse su cosa sia mafia. Il ministro Maroni, pur in perfetta buona fede, ha un’idea diversa di mafia da quella che abbiamo noi. La mafia della corruzione, degli affari del riciclaggio».
Ingroia prende fiato e continua: l’impunità della mafia militare è stata intaccata, e comunque «per merito, in primo luogo delle forze dell’ordine, poi della magistratura e non certo di un governo che si appunta medaglie», ma sulla borghesia mafiosa, «vera, grande essenza della mafia» cìè ancora molto da fare. E racconta di come, in diversi mandamenti della città di Palermo, la borghesizzazione della mafia abbia già dato risultati preoccupanti: Guttadauro, medico, boss al posto dei Graviano. Liga, architetto, erede del potere dei Lo Piccolo. Una mafia, insomma, sempre più lontana da quelle coppole e lupare che qualcuno si immagina. E per la quale la «corruzione sistemica» gioca un ruolo di primo piano. In conclusione, il pm siciliano si sofferma sull’anticorruzione come parte dell’antimafia e sugli strumenti di cui essa dispone, aprendo le porte a un discorso di impianto più  generale sullo stato della giustizia che Gian Carlo Caselli svilupperà in seguito. E si ritorna sul tema delle intercettazioni: parla di impunità, di una giustizia «a doppio binario» cui aveva già fatto riferimento Luigi Ciotti durante la manifestazione della mattina, della «cosiddetta riforma della giustizia». E’ un’ovazione, per Ingroia, un misto di ammirazione e solidarietà per le recenti polemiche di origine governativa che lo hanno investito, come rivela il tenore di alcune battute che volano dal pubblico.
Poi il microfono passa al Procuratore di Torino, Caselli. Che parte dai costi della corruzione: oltre 60 miliardi di euro all’anno, secondo il Dipartimento della Funzione Pubblica. «La repubblica dei corrotti». Che è anche il titolo di un capitolo dell’ultimo libro di Michele Ainis, spiega il magistrato, e «detto da un costituzionalista, fa pensare». Caselli si rivolge essenzialmente ai giovani. E intreccia il tema della corruzione alla riforma della giustizia per far capire loro l’intento di impunità che vi sta dietro e come non sia «una vera riforma, perché lascia tutto così com’è, a livello di disastro. E’ una riforma dei magistrati». Sorrisi amari tra il pubblico quando il magistrato piemontese si lascia andare: «Immaginate se la riforma del catechismo fosse affidata a un miscredente mangiapreti. Ecco, la riforma della giustizia è affidata a un signore che dice di odiare i magistrati, che sono il cancro della società, antropologicamente diversi e che ritiene che le per lui non valgano le regole».
L’ultima riflessione Caselli la riserva alla Costituzione, «riscatto di dignità». E nella quale vengono sancite l’autonomia e l’indipendenza della magistratura: «un privilegio – spiega – non della casta dei magistrati ma dei cittadini», che la riforma della giustizia rischia di distruggere, «assoggettando la magistratura non al sacrosanto primato della politica ma alle pressioni del governo di turno». Lui continuerebbe a parlare per ore e il pubblico continuerebbe ad ascoltarlo. Ma è tardi. Ingroia è già dovuto andar via, Frigerio lo imita e parte del pubblico anche: le incombenze organizzative di è venuto a Potenza da ogni parte d’Italia. Caselli: «Ci vediamo tra un anno, alla prossima giornata della memoria e dell’impegno». Ancora una volta, applausi.

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