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L’abbraccio di Potenza al popolo di Libera

Di Norma Ferrara il . Basilicata

Arrivano festosi e colorati. Stanchi ma contenti. Sono gli oltre 80mila della sedicesima giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Sono il variopinto e instancabile popolo della rete di Libera e della società responsabile. Ad attenderli una città che si è “organizzata” per tempo, ha aperto finestre e esposto due simboli su tutti: il tricolore e le bandiere di Libera, perché come ha ribadito il presidente dell’associazione, don Luigi Ciotti «il primo testo antimafia è la Costituzione». E’ scesa per le strade. Ha chiuso le scuole per permettere a tutti i suoi studenti di essere in marcia e “presidiare” questa giornata per la legalità che vede loro come primi protagonisti del cambiamento. Nonostante la pioggia e il freddo in decine di migliaia hanno invaso pacificamente le strade del capoluogo lucano.

«Per noi è un momento particolare – commenta un cittadino lucano, padre di due figli, presente con loro al corteo – oggi ci “raddoppierete”; noi siamo appena 60mila con voi avremo la sensazione di poter tirare fuori dalle nostre piazze, strade e case un’altra Potenza, un’intera città che si rinnova unendosi a tutte le altre giunte qui ». Un altro pezzo di questa storia che riguarda l’impegno e chiama in causa la memoria è stata scritta ieri nel capoluogo potentino dai 500 familiari delle vittime delle mafie giunti nella “terra di luce” (questo significa Lucania). Non meno emozionati, non meno uniti, non meno stanchi. Sono i parenti di donne e uomini uccisi dalla violenza della criminalità organizzata italiana e straniera. Loro sono una delegazione che rappresenta più di 5000 persone nel Paese. Durante il corteo tanti giovani studenti, associazioni, gruppi di cittadini, espongono cartelloni, slogan, manifesti con i nomi delle 900 vittime delle mafie. Il colpo d’occhio è di quelli che ricordi per giorni. E anche i suoni. Come i cori scanditi da un gruppo di bambini  delle scuole elementari per incitare i concittadini a scendere in strada: “Potenza, non restare a guardare, scendi in piazza e vieni a manifestare” – intonano in coro. 
Quanto lo attraversi tutto, il corteo, trovi la ragione di una battaglia che unisce l’Italia, tutta. Da nord a sud, senza distinzioni. Ci sono, fra gli 80mila, soprattutto i giovani che hanno scelto di stare in prima linea in questa battaglia culturale contro le mafie e di non delegare; che hanno viaggiato di notte, su bus e treni, per portare sin qui  i lavori realizzati con creatività e responsabilità durante l’anno: manifesti, cartelloni e tanto altro. Un manifesto che campeggia quasi a metà corteo recita «le mafie uccidono, il silenzio anche». Qui in Lucania  quelle parole sono come un pugno nello stomaco. Proprio i silenzi hanno creato fratture e ferite ancora complesse da sanare, non sempre di mafie si tratta ma di vittime per le quali manca ancora giustizia e verità. Una su tutte la vicenda della giovane Elisa Claps, uccisa e poi “nascosta” in una Chiesa per tanti anni. Un caso che ha messo sotto shock una intera comunità. Oggi la giustizia italiana sta facendo il suo corso ma molti silenzi e misteri hanno avvolto questo omicidio. Segnando profondamente una terra che fa fatica a trovare pace, produrre sviluppo (secondo i dati della Banca d’Italia cresce meno a causa degli affari mafiosi) ma  ha dimostrato che non ha paura di rimboccarsi le maniche. La società responsabile, un buona parte stretta intorno a Don Marcello Cozzi, referente regionale di Libera (oggetto di minacce e sempre in prima fila accanto alle vittime innocenti) ieri ha  potuto riprendere fiato. E l’ha fatto pubblicamente. 
Come la mamma di Elisa Claps  che salita sul palco accanto a Luigi Ciotti  – commenta “mi sento piccola di fronte a tutti voi. Non so come ringraziarvi per essere arrivati oggi qui da tutta Italia. Vi stringo in un forte abbraccio”. Minuta, il volto segnato da una sofferenza che non si cancella, Filomena Iemma madre della giovane studentessa uccisa, è stata un po’ il simbolo di questo 19 marzo. Accanto a lei tanti  familiari vittime del silenzio (l’elenco è stato letto da Luigi Ciotti) e  della criminalità organizzata che ha strappato con violenza le vite dei loro cari. Li accomuna, oltre al dolore, quella battaglia fatta a testa alta, per chiedere verità e  giustizia.
 Il 21 marzo di ogni anno  ad applaudire e stringere in un caloroso abbraccio i familiari della violenza mafiosa ci sono soprattutto loro: i giovani . Li stessi  incontrati nelle scuole, nelle piazze, negli incontri pubblici, nei laboratori pomeridiani (costruiti con fatica e impegno insieme ai tanti docenti, molti precari, che in tutta Italia si spendono per garantire loro questi momenti formativi) per 365 giorni durante questo lungo anno che unisce l’edizione di Milano a quella di Potenza. Dal palco le parole di Don Luigi Ciotti (leggi qui per saperne di più) si levano sul corteo radunato, nonostante la pioggia, chiare e alte: “parlare di mafie non basta più, serve guardare ai vuoti che le alimentano”. Tutte quelle scelte, molte istituzionali, che ne determinano ancora oggi la forza. Serve contrastare davvero la corruzione e farlo attraverso la ratifica di leggi europee che solo l’Italia (“vergogna”, urla don Ciotti) non ha voluto approvare. 80 mila volti e motivi per continuare questa battaglia contro le mafie allargando lo sguardo, spostando l’impegno ancora più in là. 
Lo sanno a Corleone (rappresentata quest’anno da una folta delegazione e dall’amministrazione) lo sanno a Locri (presenti anche i giovani dell’associazione Da sud), lo sanno a Milano (il coordinamento lombardo di Libera era fra i primi giunti in corteo). Lo sanno anche i cittadini lucani. Lo sanno tutti loro che da Potenza torneranno carichi di entusiasmo e determinazione per continuare, ciascuno facendo la propria parte,  questa battaglia di liberazione dalle mafie. 
Ne vale la pena. Continua a valerne ancora fortissimamente la pena. Perché quella contro le mafie è una battaglia che si può vincere. 

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