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I morti dimenticati

Di Vittorio Giacomin il . Veneto

Vorrei riprendere un fatto grave e tragico probabilmente già metabolizzato da tutti noi. Ho atteso qualche giorno a scrivere perché volevo riflettere su questo argomento sperando che altri riprendessero questo tema, intendendo coloro che hanno una posizione di comando, e che almeno una parte delle tante parole spese a riguardo i giorni scorsi portasse qualche frutto. Mi riferisco alla morte dei quattro alpini avvenuta tragicamente qualche settimana fa in Afghanistan. La morte di questi quattro giovani ancora una volta ha colpito, come è giusto che sia, la parte emotiva del nostro Paese e anch’io, da uomo e ex alpino, voglio esprimere il mio cordoglio per quanto accaduto, ma allo stesso tempo voglio cercare di fare una ricognizione sui fatti e sulla pesante e inopportuna speculazione politica avvenuta attorno alla morte di questi nostri militari, perché la troppa emotività, purtroppo già elaborata, non giova a nulla. Sappiamo che la retorica è sempre ingorda e vuole sempre essere alimentata ogni giorno, ma credo giusto condannare con fermezza la speculazione politica avvenuta attorno a queste tragiche morti.

 In un’intervista a Luca Zaia del 10 ottobre 2010 alla quale il nostro Governatore prontamente dice: “adesso riportiamo a casa i ragazzi – Kabul non sarà il nostro Vietnam”. Come non essere d’accordo con queste parole, quante volte noi pacifisti abbiamo gridato il nostro no alla guerra, a tutte le guerre, e la nostra voce non è stata ascoltata, anzi derisa, considerata come il pensiero dei soliti utopici incapaci di guardare e raccogliere le sfide della società contemporanea. Bene quindi che una figura così autorevole abbia maturato la convinzione di riportare a casa a breve il nostro contingente. Mi permetto però di essere dubbioso su questo perché passato il momento topico, dove serviva essere in vetrina, non mi risulta che Zaia abbia intrapreso delle iniziative a sostegno della sua profonda mutata convinzione. Inoltre ricordo che Zaia è stato ministro, quindi presente attivamente in quella stanza dei bottoni che ha deciso e decide le missioni di guerra. Riporto brevemente alcuni numeri, nel 2003 mandammo in Afghanistan circa 1.000 uomini, in sette anni sono ruotati in quella regione 90.000 nostri soldati e ora sono presenti stabilmente circa 3.950 uomini. Questa guerra costa all’Italia circa 52 milioni di euro al mese e finora sono stati spesi oltre 3 miliardi di euro, trovando nel secondo governo Berlusconi (quindi con Zaia ministro), il maggior slancio nelle fasi operative e di spesa. Del resto, come ha scritto Pax Christi in questi giorni: “In Afghanistan, accanto alle forze straniere occidentali, ci sono contractors privati, presenze militari pakistane e iraniane, signori della guerra, mercanti di oppio, mafie locali, forze insorgenti, gruppi terroristi, fondamentalisti religiosi, criminalità comune, disperazione economica. In tale contesto, ogni violenza genera altra violenza, ogni attacco produce un altro attacco. Ogni bombardamento aereo altre vittime innocenti. Ma da quando si bombarda durante una missione di pace? Diciamo la verità, chiamiamola con il suo nome: guerra! L’ipotesi del ministro della Difesa, osserva il Generale Fabio Mini, ex comandante Nato, è rivolta alle lobby militari-industriali. Vedi i 14 miliardi previsti per gli aerei da guerra F 35”.

Non è mistero quindi che l’Italia sia in guerra a pieno titolo e con consapevolezza, il dispositivo d’arma è stato modificato e il nostro contingente è stato spostato nella zona più operativa a fianco delle truppe USA, la valle del Gulistan, quella che i militari in gergo chiamano “zona di mattanza”, teatro di centinaia di scontri a fuoco.E’ difficile pensare ad una guerra senza che gli eserciti sparino per primi: ce lo vogliono far credere, ma i documenti dicono chiaramente il contrario. Il fine dichiarato che passa oramai attraverso i bombardamenti e le incursioni non giustifica mai i mezzi e pertanto nessun morto, soprattutto se civile, è giustificabile. I feroci bombardamenti della seconda guerra mondiale dovrebbero avercelo insegnato, e questa idea pericolosa si porta con sé l’idea che su tale logica, cioè che il fine giustifica i mezzi, anche i terroristi possono essere giustificati. I talebani rivendicano ora la libertà sul territorio come avevano fatto con i Russi e per farlo usano qualsiasi mezzo, si pongono sulla stessa logica di guerra che abbiamo noi.

E’ questo che bisogna cambiare, serve passare dalla logica della guerra a quella della pace con “mezzi di pace”. I dati che provengono dal campo di battaglia, citando fonti di Emergency, sono ad esempio che nel settembre di quest’anno sono passati nei loro ospedali circa 400 feriti a causa della guerra, di questi il 39% circa erano bambini sotto i 14 anni. Queste sono le cose tremende che dovrebbero turbare le coscienze di tutti noi, vedere questa inutile strage degli innocenti solo per le ragioni del profitto. Il problema è che nel nostro Paese non viene detto tutto questo, ci fanno vedere i funerali di Stato e ci raccontano che noi stiamo esportando la pace e la cooperazione.

Sappiamo che i politici amano giocare con questo cinismo al solo scopo di alimentare le proprie ambizioni e tenere alto il senso della retorica. Non posso dimenticare che anche Prodi non si è tirato indietro, e la vicenda del Dal Molin dal suo Governo svenduto agli USA lo conferma; trovo però davvero indecoroso giocare sulla pelle di questi ragazzi ai quali va tutto il mio profondo rispetto.
Ma perché l’Italia è in guerra, si trova in questo pantano per nobili ragioni umanitarie o per altri motivi molto più redditizi? La risposta la possiamo in parte trovare su un articolo a firma di Gianni Sartori pubblicato sulla Voce dei Berici il 10 ottobre 2010 dal titolo “In Afghanistan prima il profitto” nel quale scrive: “pur di costruire un oleodotto attraverso il Paese, l’Occidente sarebbe disposto a trattare perfino con i talebani”. E’ un articolo interessante perchè ricostruisce puntualmente molti passaggi relativi agli interessi dell’occidente in questo Paese e soprattutto perché evidenzia che mentre i poveri alpini muoiono, i potenti trattano con i talebani per i loro bassi interessi.

Davvero poveri ragazzi costretti a morire per la gloria dei soldi e per l’orgoglio di qualcuno che vuole restare in guerra, costi quel che costi, perché la parola (quale?) viene prima. Del resto i talebani sono stati armati senza vergogna dall’occidente (magari un po’ più di attenzione a suo tempo non sarebbe guastata), anzi con loro si facevano buoni affari; a questo proposito occorre ricordare che nel maggio 2001 alcuni loro rappresentanti erano in Texas per trattare questioni petrolifere (non erano quindi nemici), poi nel settembre 2001, dopo l’attentato alle torri gemelle, gli Stati Uniti dicono che serve combattere. Che cosa fare quindi. Credo sia necessario innanzi tutto una grande chiarezza politica dopo nove anni di guerra. Penso sia venuto il tempo di chiederci che cosa stiamo davvero facendo lì, come lo stiamo facendo, e per quanto tempo intendiamo fermarci ancora. La strada della pace e della non violenza è senz’altro l’unica strada possibile, una strada che passa attraverso di noi, attraverso la nostra volontà di cambiamento e di ricerca della verità e della giustizia. La guerra è solo follia diceva l’alpino Mario Rigoni Stern, lui che dalla guerra era stato attraversato. Un altro modo e mondo sono sempre possibili, iniziamo con un primo passo evitando qualsiasi strumentalizzazione nei confronti degli alpini e di quanti altri, senza dimenticare i civili, hanno perso la vita, e nello spirito di un vero cambiamento rifuggiamo dalla retorica, dalle cerimonie militar-patriottiche, rifondando una nuova cultura che valorizzi l’uomo, ogni singolo uomo, la libertà, la pace e la giustizia, e abbandoni la spasmodica ricerca del tornaconto.

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