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Golem, i viaggi all’estero di Messina Denaro

Di Rino Giacalone il . Sicilia

Matteo Messina Denaro in viaggio come
un ministro degli Esteri. Grazie al «passaporto» fatto dal «falsario»
e «tipografo» di fiducia, il romano Mimmo Nardo. Altro che cicoria
e ricotta come succedeva a «don» Binnu Provenzano, per il super boss
di Castelvetrano, latitante da 16 anni, sono altri gli scenari. Viaggio
in aereo in business class per arrivare in Sud America, forse fare tappa
anche in Sud Africa dove vive uno dei boss che per lui, ma non solo
per lui, costituisce un preciso punto di riferimento, cioè Roberto
Palazzolo il mafioso diventato manager a Città del Capo. Ma altri punti
di appoggio Messina Denaro li ha anche in Venezuela e in Belgio.

Per un lungo periodo a fare da contraltare
al capo mafia di Castelvetrano è stato il narcotrafficante Saro Naimo,
anche lui un super ricercato. A Saro Naimo, Messina Denaro si rivolse
fino a metà degli anni ’90 perchè, racconta il pentito di Mazara,
Vincenzo Sinacori, contattasse Cosa Nostra americana. E il boss palermitano
di San Lorenzo, Salvatore Lo Piccolo, per Matteo Messina Denaro (i due
erano in contatto grazie ai «postini» finiti arrestati con l’operazione
«Golem») fu prezioso per riprendere contatti con i mafiosi d’oltreoceano.

I «viaggi» all’estero di Matteo Messina
Denaro possono avere più di una ragione: la raccolta di risorse economiche,
riciclaggio, narcotraffico, o ancora quella di cercare alleanze per
riorganizzare la Cosa Nostra siciliana, che in Sicilia è decimata e
non per questo remissiva.

Le indagini internazionali hanno fatto
individuare diversi clan nel continente americano, anche da quelle parti
il super boss viene «adorato»: «lu bene veni di lu siccu», 
lui è «la testa dell’acqua». Lui attraverso uno dei necrologi dedicati
al padre, morto, in latitanza, 11 anni addietro, e fatto pubblicare
su di un quotidiano regionale, mandò a dire ai suoi «complici»: «Beati
i perseguitati per causa di giustizia perchè di essi sarà il regno
dei cieli». In 16 anni di latitanza anche questi sono stati mezzi di
comunicazione per il campo mafia del Belice, messaggi in codice anche
tra le pagine di «testi sacri», qualcuno di questi sono stati sequestrati
a mafiosi detenuti, Andrea Manciaracina possedeva una «bibbia» piena
di sottolineature, così come quella che deteneva Provenzano nel suo
covo di Montagna dei Cavalli.

Messina Denaro scrive che mai andrà
via dalla sua terra, ma suo padre, il padrino Ciccio Messina Denaro
un giorno promise, come sfida ai poliziotti che erano andati a cercare
il figlio. L’episodio risale agli anni della faida del Belice, c’erano
stati degli omicidi a Partanna, e gli agenti andarono a cercare del
giovanissimo Matteo. Non lo trovarono a casa e tornarono in ufficio,
dove giunse invece l’anziano Messina Denaro «per chiedere soddisfazione»,
chiese al piantone chi era andato a cercare il figlio, «lo dovete lasciare
in pace – disse – oppure lo debbo mandare all’estero?».

L’estero torna spesso nelle vicende di
Messina Denaro, lo indicò proprio come ministro il pentito Nino Giuffrè,
per la sua abilità, di Messina Denaro, a colloquiare col mondo arabo.
E Matteo è anche in Tunisia che spesso si sarebbe recato.

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