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Savignano: saldare sogni e responsabilità

Di Norma Ferrara il . Dai territori, Emilia-Romagna

“Il nuovo deve radicarsi in profondità, deve mettere radici”. Un monito forte quello del fondatore e presidente di Libera Don Luigi Ciotti capace di catalizzare i contenuti della tre giorni che si è conclusa ieri a Savignano sul Panaro (Mo).  Savignano, anche quest’anno per  incontrarsi, conoscersi e ri-conoscersi, ragionare, discutere. Savignano per non fermarsi e per sapere. Sapere, come sottolinea Don Ciotti (dall’ assemblea plenaria sino ai momenti di dibattito pubblico con la cittadinanza) che  “bisogna dare continuità dentro le nostre realtà, dobbiamo essere noi il cambiamento stesso che cerchiamo di produrre, dobbiamo avere attenzione per gli ultimi, per chi è in difficoltà e da qui ripartire con loro; consapevoli anche che la lotta alle mafie si vince fra Milano e Roma”.  Libera a Savignano per ripartire anche quest’anno unendo “sogni e responsabilità” per fare quello che c’è da fare, qui e ora.

I DATI “NON DATI”, LE MAFIE E NON SOLO

A Savignano lo si è detto senza remore che la mafia non è solo dove l’abbiamo sempre pensata, che in molti casi non solo di  mafia si tratta. Savignano per mettere al centro i fatti e i loro numeri inquietanti e per incontrare e ascoltare uomini come Sandro Donati, Maestro dello Sport,  che con attenzione e raffinata intelligenza hanno scoperto una truffa di dimensioni globali che ruota intorno al traffico internazionale di sostanze stupefacenti.  Numeri sballati che non tornano e alterati di anno in anno dalla stessa fonte che li produce, l’Onu, così il rapporto fra la quantità di droghe sequestrate, quelle prodotte e quelle consumate è nullo. Donati ha denunciato insieme a Libera già da un anno che i dati sui traffici di sostanze stupefacenti sono nettamente falsati, nel frattempo l’Onu ha fornito flebili spiegazioni istituzionali, nessun procedimento è partito a carico dei responsabili e soprattutto l’informazione ha ignorato la notizia. Un silenzio inspiegabile che provoca ancora oggi conseguenze pesanti e genera sospetti inquietanti: perché l’Onu copre la vicenda e continua a fornire rapporti sullo stato dei sequestri di cocaina e sul plain Colombia, in cui la quantità di droga sequestrata e quella prodotta coincidono inspiegabilmente? E’ Roberto Morrione, Libera Informazione,  presente in sala durante la relazione di Sandro Donati, a ricordare come già alcuni decenni fa un mafioso interrogato da giudici americani circa il commercio di sostanze stupefacenti avesse risposto: “Signore, non saremmo capaci di fare concorrenza al Governo degli Stati uniti d’America”. Un aneddoto che gela la sala. Così come accade durante la scrupolosa relazione di Leopoldo Grosso, gruppo Abele, consulente del Ministero della solidarietà sociale  in materia di dipendenze nella precedente legislatura, che di effetti dell’uso di sostanze stupefacenti parla evidenziando un dato: i Paesi nei quali la coltivazione di oppio è stata sostituita da quella di generi di prima necessità, hanno fatto registrare da un lato un miglioramento della qualità di vita dei suoi abitanti e dall’altro hanno fatto diminuire il volume complessivo di droghe potenzialmente presenti sul mercato. Purtroppo Paesi come l’Afganistan hanno preso il posto di questi e oggi sono fra i primi produttori di droga nel mondo, incrociando nuove rotte del traffico che poi distribuiscono in Europa e nel nord America. 


LE MAFIE AL NORD E LA POTENTISSIMA ‘NDRANGHETA

Mafia e non solo, dunque anche istituzioni che non vogliono vedere, sapere, ascoltare ne, tantomeno, scoprire. Come quelle lombarde che sembrano ancora imbarazzate e quasi infastidite a dover registrare la presenza non più solo di sporadici episodi ma di uno stanziamento sia di Cosa nostra che della ‘ndrangheta nella propria economia regionale. Attraverso il dato dei traffici di droga che hanno nel capoluogo lombardo il principale terminale per l’Italia si arriva a ben oltre la gestione di traffici illeciti. Sarebbero infatti gli appalti pubblici, l’economia delle imprese private  e la penetrazione, anche fisica, nella gestione del territorio i principali ambiti in cui le mafie non più “infiltrano” il sistema ma lo gestiscono. Libera lo denuncia da anni. A Savignano lo fanno a più riprese anche Francesco Forgione, presidente uscente della Commissione parlamentare antimafia, Ruben Oliva, giornalista e autore di documentari e libri sulla ‘ndrangheta e sulla camorra e infine anche Antonella Mascali di radio popolare Milano. Forgione e Oliva nel loro dibattito sulla ‘ndrangheta raccontano di “cellule sempre sveglie pronte a fornire in parti diverse del mondo lo stesso servizio,  prodotto su scala nazionale e internazionale. Cellule che cercano la politica, in una sorta di rapporto privatizzato tra questa e i nostri diritti”. Cellule che hanno abbondantemente messo le mani in quasi tutti i grandi affari nazionali e internazionali, dalla cordata Ryan air, passando per il marcato ortofrutticolo di Milano, sino alla prossima grande occasione targata sempre lomardia, ovvero Expo 2015. Ed è Antonella Mascali, cronista giudiziaria siciliana da molti anni a Milano, durante la presentazione del libro,  Giornalismi e mafie, a denunciare una sorta di cecità delle istituzioni  e della società nel non voler vedere quello che nella sua città sta accadendo da svariati anni, ci sono – commenta la Mascali  – “persino interi quartieri nei quali non puoi andare a vivere se non hai il permesso di chi li, evidentemente, governa”. Situazioni che ci ricordano la capacità capillare delle mafie di controllare il territorio al Sud, creando isole nelle quali la democrazia è sospesa. Ma questa, non era solo l’arretratezza culturale del meridione? (Forse c’è del Sud  anche in Padania…?)

GIUSTIZIA E INFORMAZIONE

A Savignano però soprattutto per parlare di Giustizia e Informazione. Lo fanno a più riprese nella tre giorni emiliana Gian Carlo Caselli, Procuratore capo di Torino, Nando Dalla Chiesa, ex sottosegretario del Ministero dell’istruzione e nominato proprio a Savignano Presidente Onorario di Libera, e Roberto Morrione, presidente di Libera Informazione e curatore del volume “Giornalismi e Mafie”. La parola è “blocco delle intercettazioni” e la risposta è che “non possiamo consentire che accada”. Impedire e punire economicamente e penalmente chi pubblica stralci di un procedimento giudiziario prima del rinvio a giudizio, limitare l’uso investigativo delle intercettazioni telefoniche significa  – ricorda Caselli –  “da un lato che i cittadini non saprebbero nulla per mesi e anni, circa i fatti che sono invece di interesse pubblico, dall’altro che i procuratori lavorerebbero senza possibilità che il loro operato sia controllato; è invece fondamentale la libertà, la trasparenza e la pubblicità di questi atti”. La maggior parte delle ultime operazioni, non avrebbero avuto la luce se i Gip non fossero stati messi in grado di ascoltare le intercettazioni telefoniche degli indagati e parimenti i cittadini nulla saprebbero sulla questione rifiuti, sulla penetrazione della mafia nei salotti della politica, dell’economia e dell’alta finanza. Difendere dunque questo diritto di indagare a 360 gradi diventa il primo degli impegni che  da questa tre giorni Libera porterà con se, insieme alle altre realtà che nella società responsabile, sono in prima linea nella difesa di questi diritti di libertà e giustizia. Il disegno di legge del Governo Berlusconi però oltre a tentare di porre limiti all’attività investigativa delle procure mira al doppio colpo: imbavagliare anche i giornalisti. Ed è Roberto Morrione nei suoi interventi a puntare il dito contro questa assurda limitazione all’Articolo 21 della Costituzione, ricordando che sebbene ancora in uno stato democratico l’approvazione di questo disegno di legge ci porterebbe in una situazione per lo meno di dubbia validità dei principi cardini della Costituzione, fra questi quello che sancisce il diritto all’informazione per i singoli cittadini e il dovere di informare, di fare cronaca, per i singoli giornalisti. “Punire economicamente gli editori inoltre provocherebbe una ulteriore accentuazione del rapporto già complesso fra direttore ed editore dei giornali, in un contesto nel quale la categoria dei giornalisti non ha un nuovo contratto da tre anni”. Infine Nando della Chiesa, dal palco del dibattito serale (l’ultimo prima della partenza) lancia una riflessione acuta: siamo sicuri che oggi sia peggio di ieri? quante cose siamo stati in grado di raccontare negli ultimi anni sulla storia di questo Paese? Certo, ce ne sono ancora tante, troppe, che si devono scrivere, verità che dobbiamo continuare ad essere in grado di scoprire e restituire ai cittadini.

E allora – conclude Dalla Chiesa  – “Attrezziamoci a sostenere questo scontro, perché non è affatto detto che lo perderemo”.

Attrezziamoci, allora.

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