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Gioia Tauro, azzerato il consiglio

Di redazione il . Calabria, Dai territori

Colpo di spugna a Gioia Tauro. Nuovo commissariamento nella città del porto più importante del Mediterraneo: ieri il consiglio dei ministri uscente ha decretato lo scioglimento del comune, il secondo dopo quello del ’91.

In dicembre, a insediare la commissione d’accesso è stato il prefetto Giuseppe Musolino, subentrato a Luigi De Sena, oggi senatore del Pd. Nelle scorse settimane il pool di esperti ha depositato la relazione conclusiva, consegnandola al ministro Giuliano Amato. Ieri una delle ultime decisioni del governo Prodi. Al momento, non sono emersi particolari sui motivi che hanno portato all’azzeramento del consiglio gioiese.

Il sindaco di Gioia Giorgio Dal Torrione, vincente nel 2006 sul candidato dell’Unione Giuseppe Luppino (Udeur), è già finito nel mirino della magistratura. Lo scorso febbraio, Dal Torrione e il suo vice Rosario Schiavone, insieme ai sindaci di Rosarno e San Ferdinando, sono stati indagati per associazione mafiosa: secondo la Dda di Reggio, avrebbero agevolato l’avvocato Gioacchino Piromalli, già condannato per 416 bis. In pratica, condannato in sede civile al risarcimento di 10 milioni di euro ai tre comuni, Piromalli ha chiesto di poter ottemperare al debito prestando lavoro negli enti locali. Una richiesta alla quale gli amministratori avrebbero in qualche modo acconsentito.

Nella Piana di Gioia, feudo storico della potente ‘ndrina dei Piromalli, è attivo uno dei principali scali marittimi europei. Un hub della navigazione che è al centro di ingenti investimenti, previsti per gli anni futuri. Ma anche al centro degli appetiti mafiosi. E delle indagini della commissione parlamentare antimafia, che si è preoccupata delle infiltrazioni nel porto nella relazione dedicata alla ‘ndrangheta. Il presidente uscente, Francesco Forgione, ha sollevato dubbi su “scelte e comportamenti di poca trasparenza degli enti titolari di competenze sull’area portuale e sull’adiacente area di sviluppo industriale”.

È sui lavori nell’area dell’attuale porto che le cosche della tirrenica reggina, ma non solo, hanno costruito la propria fortuna criminale. A gestire gli appalti per il fallito quinto centro siderurgico, negli anni 70, è stato l’allora capo incontrastato di tutta la ‘ndrangheta, Mommo Piromalli. Con il manuale Cencelli in mano, i soldi del pacchetto Colombo sono stati spartiti tra tutte le famiglie della provincia.

Uno schema che è proseguito negli anni successivi, con la trasformazione della zona in scalo marittimo. Per gestire fondi pubblici, tangenti e indotto, le ‘ndrine si sarebbero federate in una supercosca che vede insieme i Mancuso di Vibo, i Pesce di Rosarno e i Piromalli-Molè di Gioia. Sull’alleanza pesa l’omicidio eccellente di Rocco Molè, avvenuto nelle scorse settimane, dalla difficile lettura.

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